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del Circolo di Montagnana (PD) | |
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dall'AGORA' Nazionale di Venezia (2000):
MASSIMO CACCIARI
E IL LAVORATORE
POST-MODERNO
La
nostra è una società altamente a rischio, che dà molte opportunità, ma
che non garantisce grandi possibilità di successo. A fronte di un 10-15%
di “fortunati”, c’è una fascia media (30-35%) ancorata al posto
fisso, con bassi salari, ed un 40-45% di lavoro precario e flessibile per
i giovani e gli immigrati. La
centralità non è nel lavoro. È l’uomo consumatore che detta le regole
all’uomo lavoratore. La
nostra è una società che sembra indicare il lavoro come valore
fondamentale. È una civiltà che lavora per produrre beni di consumo ed
al tempo stesso riduce i tempi di lavoro. C’è un delirante aumento dei
beni di consumo, cui non corrisponde una riduzione dell’orario di lavoro
né un aumento dell’occupazione. È questo il fallimento delle vecchie
dottrine liberali. Il
nuovo ed il vecchio modo di lavorare non sono assolutamente compatibili
fra loro. Di questo hanno fatto amara ed drammatica esperienza tutte le
organizzazioni politiche e sindacali tradizionali del cosiddetto movimento
operaio. Gli
apologeti del “migliore dei mondi possibili”
sostengono che la maggiore produzione dei beni implica una nuova qualità
del lavoro, nuova professionalità, nuovo lavoro autonomo. Tutto questo si
combinerebbe perfettamente con l’offerta di lavoro, superando ogni
difficoltà. Dal
lavoro alienato (descritto dai “padri” del movimento operaio) si
passerebbe ad un lavoro “liberato”, fatto di conoscenza e di
formazione. I
veri teorici della globalizzazione ridono dell’ipotesi che essa
possa essere considerata come premessa di un benessere globale. In realtà
essa procede creando nuove e più feroci disuguaglianze. Non ha
nulla a che vedere con il modello di sviluppo “kennediano” della
diffusione del benessere. Le indagini più serie ci dicono che la forma di
“lavoro comandato”, lungi dallo scomparire, si va sempre più
affermando negli stessi settori della conoscenza, della comunicazione,
dell’informatica. L’assetto
che le nuove tecnologie vanno assumendo sempre più prevede la formazione
di “catene di montaggio immateriali”, il cui “comando” è
invisibile ma ben presente. I confini della fabbrica sono stati spostati, ma questo non significa che è venuta meno la subordinazione. I
giovani che lavorano nelle nuove professioni, sono disincantati, hanno
superato l’alienazione dell’industrializzazione di massa. Credono
d’essere autonomi perché non lavorano più in fabbrica, ma in realtà
sono ancora più subordinati al sistema economico. In realtà il lavoro
delle fabbriche non ha finito d’esistere. Dall’Occidente è stato
decentrato in aree geografiche più convenienti per il basso costo di
lavoro. In
questa situazione aumenta la precarietà e la flessibilità,
implicita in un sistema di questo genere. Siamo in presenza di una vera
rivoluzione organizzativa resa possibile dalle nuove tecnologie, che
ha dematerializzato la fabbrica, ma ha creato un nuovo
“ordine” immateriale nella produzione. In questa situazione cosa può fare la socialdemocrazia europea? il sindacato e le forze politiche innovative fanno azione di contenimento e si limitano a difendere il lavoro dipendente organizzato. Dovrebbero invece cercare di organizzare nei territori i lavoratori precari e flessibili, per rafforzare l’offerta di potenziale lavoro. Purtroppo si limitano a prender coscienza che, se non lo faranno, perderanno completamente ogni credibilità. Dovrebbero invece formare e “armare” ogni offerta di lavoro potenziale. Devono
cessare di far derivare l’assistenza e la previdenza dal lavoro e
rompere gli attuali meccanismi che legano il lavoro e i diritti
fondamentali di tutti i cittadini, che lavorino o meno. Manca una cultura politica e sindacale per far fronte a queste esigenze. Non
ha senso reclamare la riduzione dell’orario di lavoro soltanto in
Italia; questa è una misura che – per non essere velleitaria – deve
essere concertata quanto meno fra tutti i paesi dell’Unione Europea per
non creare disparità produttive. Mentre
si diffonde in tutto il mondo il modo occidentale di produzione, va preso
atto che negli ultimi trent’anni la ricchezza prodotta è cresciuta nel
mondo come mai prima era avvenuto, ma non è stata equamente distribuita né
tra paesi poveri e ricchi, né all’interno dei singoli paesi. È
affluita per il 10-15% in una sola fascia della popolazione delle aree
metropolitane, e per il 5% a livello mondiale. Questo
contraddice tutte le previsioni economiche degli esperti socialdemocratici
e liberali degli anni ’50, secondo le quali lo sviluppo capitalistico
avrebbe distribuito la maggiore ricchezza in modo egualitario. In
realtà c’è una precisa strategia che regola il processo di
disuguaglianza creato dalla globalizzazione.
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